Welfare e salute, una cura alla disuguaglianza sociale

Un Paese in fuga dalla sanità. Un italiano su 10 rinuncia a cure e esami diagnostici, a causa delle liste d’attesa del sistema pubblico, o dei costi proibitivi dell’alternativa privata. E non è un fenomeno di oggi, come avevamo già visto in questo nostro precedente articolo.

Ma se già allora avevamo concluso che la soluzione passa da un nuovo asse tra imprese, lavoratori e istituzioni – il welfare aziendale dal taglio “sociale” – il problema è che nel concreto quel messaggio ne ha ancora di strada da fare prima di arrivare a destinazione.

 

E lo confermano i numeri: secondo le ultime stime dell’Associazione Italiana Direzione Personale (AIDP) sono ancora troppo poche le aziende che investono nella giusta direzione, e di conseguenza il riequilibrio della disuguaglianza sociale – tra chi può già permettersi di curarsi e chi potrebbe grazie al sostegno della propria impresa – rimane ancora lontano all’orizzonte.  

 

Disuguaglianze sanitarie: un problema molto italiano

L’Italia viaggia in realtà a velocità differenti in base alla regione, e l’ultimo osservatorio del Think tank Welfare Italia di Unipol e Thea conferma proprio questo: nel Nordest va meno peggio che altrove. 

In buona sostanza si osserva che:

  • esistono divari territoriali significativi tra Nord e Sud in termini di qualità e accesso ai servizi

  • fattori economici e sociali influenzano direttamente la possibilità di curarsi

  • le barriere di accesso alle cure sono aumentate negli ultimi anni, anche per effetto della pressione sulla spesa sanitaria

In altre parole: il diritto alla salute esiste, ma non è esercitato in modo uguale da tutti. E oltre l’80% degli italiani percepisce che i più ricchi abbiano accesso a cure migliori

 

Un welfare che c’è, ma non abbastanza

Se il problema è l’accesso alle cure, la domanda è semplice: quanto è diffuso oggi il welfare che potrebbe compensarlo? Poco. Ancora troppo poco.

In Italia, solo una quota limitata di imprese offre forme strutturate di welfare aziendale: parliamo di circa il 20-30% delle aziende, con una concentrazione netta nelle realtà medio-grandi. Nelle micro e piccole imprese – che rappresentano oltre il 90% del tessuto produttivo italiano – la diffusione resta marginale.

Tradotto: la maggior parte dei lavoratori non ha alcuna copertura integrativa reale.

E questo spiega perché, nonostante la crescita del welfare negli ultimi anni, quell’italiano su 10 resta ancora fuori dal giro.

 

Ancora pochi investimenti, e troppo frammentati

E chi investe in welfare quanto investe? Perché poi è questa l’altra faccia della questione. La spesa per welfare aziendale in Italia è stimata in crescita, ma resta ancora limitata e disomogenea. Molte imprese destinano budget ridotti, spesso sotto i 500 euro annui per dipendente, con interventi frammentati e poco continuativi.

E il risultato è quello di un impatto ancora troppo basso per invertire le tendenze. Soprattutto se più di 8 italiani su 10, come abbiamo visto, percepiscono che chi ha più reddito può accedere a cure migliori.

 

La questione riguarda tutti (anche le imprese)

Pensare che sia “solo” un tema sociale è miope. Perché la difficoltà di accesso alle cure si traduce direttamente in costi per le imprese:

  • aumento dell’assenteismo

  • peggioramento della salute nel lungo periodo

  • calo della produttività

Non a caso, secondo AIDP, il welfare aziendale è sempre più considerato una leva strategica: non solo supporto ai dipendenti, ma fattore che incide su engagement, retention e performance. In altre parole: ignorare il problema ha un costo. Anche economico.

 

Dalla teoria alla scala: il vero nodo è la diffusione

Il punto focale quindi non è capire se il welfare funziona. Funziona già, ma per pochi. Oggi il sistema è sbilanciato:

  • meno di 1 impresa su 3 ha strumenti strutturati

  • la copertura è concentrata nelle aziende più grandi

  • milioni di lavoratori restano esclusi

Dove è presente, però, l’effetto è concreto. I dati mostrano che chi ha accesso a coperture integrative:

  • riduce significativamente la probabilità di rinunciare alle cure

  • accede più velocemente a visite ed esami

  • utilizza maggiormente servizi di prevenzione

In un contesto in cui le liste d’attesa sono tra le principali cause di rinuncia, questo fa tutta la differenza.

 

Da benefit a infrastruttura sociale

Qui sta il nodo. Se il welfare resta confinato a una minoranza di lavoratori, non può correggere le disuguaglianze. Può solo attenuarle localmente.

Per diventare davvero una leva sociale serve maggiore diffusione, più investimento e soprattutto più continuità. In altre parole… serve un piano.

Senza dimenticare che la prima sfida per tutti gli attori in campo, in particolare per chi lavora dalla parte delle istituzioni, è capire come renderlo strumento universale. Come arrivare cioè a raggiungere ben oltre quel 30% di imprese che lo utilizzano davvero.

Le soluzioni sul piatto sono tante. Dall’allargamento della soglia per l’esenzione fiscale all’eliminazione delle soglie di reddito. Tutte misure “strutturali”, che richiedono una manovra coraggiosa da parte del legislatore, e soprattutto di prospettiva. Non solo per tirare a campare.

Nell’attesa, per la tua impresa tu puoi fare già adesso la tua parte. Parlandone con noi.

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