Unipasetti ospite del Think Tank “Welfare, Italia” Unipol-Ambrosetti. Il Veneto migliora, ma il sistema ha bisogno dell’effetto moltiplicatore degli incentivi aziendali.
Una popolazione in calo costante dello 0,4% annuo dal 2014, e con un rapporto tra lavoratori e pensionati sceso sotto la soglia minima di sostenibilità. È il quadro preoccupante emerso dal Rapporto Strategico 2025 di “Welfare Italia”, il think tank promosso da Unipol Assicurazioni e The European House – Ambrosetti (qui vi avevamo parlato dell’edizione 2024).
I risultati sono stati presentati a Roma nelle Corsie Sistine del Complesso Monumentale Santo Spirito in Sassia, alla presenza delle massime cariche politiche e istituzionali. Nel parterre dei selezionatissimi ospiti, anche l’agenzia Unipasetti, selezionata proprio per i risultati ottenuti in ambito welfare nell’ultimo anno.
Criticità da una parte, ma anche soluzioni possibili per rimettere la barra a dritta, a partire da una nuova necessaria prospettiva: quella di un welfare non più inteso come risposta alle emergenze, ma come leva strategica per la competitività del Paese.
Il Forum 2025 ha infatti ribadito un punto chiave, in particolare alle imprese: se vogliamo superare una logica di interventi reattivi e costruire un welfare davvero sostenibile, dobbiamo considerare il capitale umano non come una voce di spesa, ma come un asset da sviluppare, proteggere e valorizzare in modo sistemico.
Welfare Italia 2025: l’allarme sul capitale umano e il ruolo chiave delle imprese
Ormai è risaputo. L’Italia si sta muovendo su una traiettoria demografica e sociale da allarme rosso. La popolazione in calo costante e inesorabile, e la forbice tra lavoratori e pensionati sono soltanto due dei tanti numeri che raccontano una verità semplice: il sistema non regge più come prima. E se la base demografica vacilla, la competitività del Paese – a partire dai suoi territori più performanti – è esposta a rischi crescenti.
Il Rapporto è chiaro: la spesa pubblica per il welfare rimane sbilanciata. La previdenza assorbe il 51% delle risorse, lasciando a sanità, sociale e istruzione quote inferiori rispetto alla media dell’Eurozona.
In particolare:
- solo il 5,6% della spesa sanitaria pubblica è dedicata alla prevenzione;
- il sistema resta orientato alla cura, non alla protezione.
È in questo contesto che le imprese diventano decisive, colmando vuoti che il pubblico, da solo, non è più in grado di coprire.
Nordest ancora in testa, ma la pressione cresce
Il Welfare Italia Index 2025 ribadisce la leadership dei territori più virtuosi:
Trento – 1° posto (83,8)
Bolzano – 2° posto (80,4)
Friuli-Venezia Giulia – 3° posto (78,3)
Veneto – 5° posto (75,5)
Emilia-Romagna – 6° posto (75,5)
Da un lato il nostro quinto posto è un’ottima notizia, se è vero che 12 mesi fa eravamo due posizioni più indietro. Dall’altro però va considerato anche quello che il ranking non dice: la base su cui poggia questa eccellenza si sta assottigliando.
La contrazione demografica e il progressivo squilibrio tra popolazione attiva e inattiva sono due variabili che nessun territorio potrà ignorare nel prossimo decennio. Anche dove oggi tutto sembra funzionare.
Capitale umano: il vero terreno su cui si gioca la competitività
Perchè allora il welfare messo in campo dalle aziende e destinato ai propri lavoratori diventa la chiave per invertire la rotta? Semplice: perché costruire un benessere sociale condiviso. A partire dalle stesse imprese, che non sono chiamate a “fare beneficenza”, bensì a trarne a loro volta il massimo vantaggio.
Secondo il Think Tank, una spesa aziendale di 2.500 euro a persona in programmi di corporate wellbeing genera un valore percepito di 11.258 euro. Un moltiplicatore di 4,5: impatto immediato sul lavoratore, ritorno concreto per l’impresa, beneficio diffuso sul territorio.
Non c’è dubbio quindi che ci servono come il pane imprese che investono, per far funzionare questo modello di welfare. Ma è altrettanto vero che ciò che serve ancora di più sono i lavoratori a cui destinare queste misure. E con sempre meno persone nel mercato del lavoro, l’unica strategia possibile è valorizzare e trattenere chi c’è.
Il Rapporto da questo punto di vista mette però in luce tre criticità strutturali:
- Fuga dei talenti
Ogni anno 49.000 laureati emigrano, generando una perdita economica di 6,9 miliardi di euro. Un capitale umano formato in Italia che produce valore altrove.
- Giovani inattivi
L’Italia è il secondo peggior Paese UE per quota di NEET (15-29 anni): 15,2%, pari a 1,3 milioni di giovani che non studiano, non lavorano, non si formano.
- Divario di genere
Siamo all’ultimo posto in Europa per occupazione femminile: 13,4 punti sotto la media europea.
Tre fattori che insieme riducono produttività, innovazione e resilienza del sistema.
Cosa possono fare le imprese del Nordest (subito)
La chiamata all’azione emersa dal Forum è inequivocabile: non è più sostenibile aspettare che sia il pubblico a risolvere i problemi del capitale umano. Le imprese del Nordest, che sono tra le più dinamiche d’Europa, hanno oggi l’occasione di diventare protagoniste di un welfare nuovo, ibrido, territoriale.
Investire nel welfare aziendale permette di:
- ridurre il divario di genere con servizi per genitori e bambini;
- anticipare la prevenzione sanitaria attraverso pacchetti integrativi e screening;
- attrarre e trattenere talenti, oggi più scarsi che mai;
- sostenere la previdenza integrativa, fondamentale in un contesto di squilibrio demografico;
- rafforzare la produttività, riducendo assenze e aumentando benessere e engagement.
Il benessere è un acceleratore economico, non un costo
Il Rapporto Welfare Italia 2025 non lascia spazio a interpretazioni: la sostenibilità del sistema dipende dalla capacità di investire nel capitale umano. E in questa partita il ruolo delle imprese sarà sempre più determinante.
Il Nordest, pur essendo (ancora) un’eccellenza, non può considerarsi un’isola felice. Rischia gli stessi effetti che il Rapporto segnala a livello nazionale, solo un po’ più tardi.
Le imprese che oggi scelgono di investire nel welfare con Unipasetti non stanno solo migliorando la vita dei propri lavoratori: stanno contribuendo a costruire un territorio capace di generare valore nel lungo periodo.
Perché una comunità che sta bene è il luogo migliore in cui un’impresa può prosperare. Ricordando che il benessere delle persone che ci circondano non è un costo: è la leva più intelligente per pensare già oggi al migliore dei futuri possibili.


