Il Welfare Italian Index, redatto da Unipol e Thea, ci vede ai primi posti a livello nazionale per servizi e strumenti a disposizione di famiglie e cittadini. Ma c’è bisogno delle aziende, perchè le risorse pubbliche non bastano più.
Trento prima, Bolzano terza, Veneto settimo. Il Nord Est conferma la sua storica capacità di prendersi cura delle persone, almeno secondo il Welfare Italia Index 2024, il rapporto che misura l’efficienza dei sistemi regionali di welfare, elaborato da Welfare, Italia – il think tank promosso da Unipol Assicurazioni e The European House – Ambrosetti.
Un dato che potrebbe suonare rassicurante, ma che nasconde una verità più sfumata: il welfare pubblico tiene, ma non regge più da solo. E proprio nelle aree in cui la macchina statale rallenta – inclusione lavorativa, conciliazione vita-lavoro, sostegno alla genitorialità, servizi alla persona – emerge con forza il bisogno di un nuovo protagonismo. Quello delle aziende.
Perché se il sistema ha bisogno di spinta, è chi fa impresa che può davvero imprimere la svolta.
Le Regioni corrono, ma non tutte allo stesso modo
Il report 2024 mostra un’Italia a velocità variabile. E nel suo complesso, il Nord Est si comporta bene, ma non ovunque allo stesso modo.
La Provincia di Trento è in vetta con il punteggio più alto a livello nazionale (79,7 su 100), grazie a ottimi risultati in spesa sociale, sanità e partecipazione alla previdenza complementare (oltre il 60% dei lavoratori).
Bolzano non è da meno: prima in Italia per bassa disoccupazione (appena il 2%), pochi NEET, part-time femminile quasi azzerato (5,7%) e un tasso record di partecipazione al welfare integrativo.
Anche l’Emilia-Romagna si difende con un sistema efficiente, in particolare nella sanità e nei servizi educativi per l’infanzia.
Il Veneto resta tra le prime 10 regioni italiane, ma segnala criticità crescenti in formazione e politiche del lavoro. Spende meno della media nazionale in questi ambiti, ma ha un buon livello di inclusione occupazionale e previdenza integrativa.
Il Friuli-Venezia Giulia emerge per spesa sociale pro capite e bassa dispersione scolastica, ma arranca su NEET e povertà relativa.
In definitiva, il bicchiere è a tutti gli effetti mezzo pieno. Ma qui arriva il punto: c’è comunque bisogno di fare di più.
Sanità locale: un sistema sotto pressione
Nonostante la reputazione di eccellenza, il sistema sanitario veneto sta affrontando sfide significative. Nel 2023, il 7,4% delle famiglie venete ha rinunciato a cure mediche a causa di difficoltà economiche o delle lunghe liste d’attesa, in aumento rispetto al 6,4% dell’anno precedente.
La spesa sanitaria privata pro capite in Veneto è tra le più alte d’Italia, con una media di 768 euro nel 2021, superando di circa 100 euro la media nazionale. Questa situazione ha portato a un aumento delle disuguaglianze nell’accesso alle cure, con le fasce più vulnerabili della popolazione, come gli anziani e le persone a basso reddito, che spesso devono scegliere tra curarsi e soddisfare altre necessità fondamentali.
Anche nella provincia di Vicenza, le difficoltà del sistema sanitario pubblico stanno spingendo molti cittadini verso il settore privato, con costi sempre più elevati. Secondo un’analisi dell’Unione Nazionale Consumatori, Vicenza si colloca al terzo posto in Italia per l’aumento dei costi dei servizi ambulatoriali, come visite mediche specialistiche, servizi dentistici e paramedici, con un incremento del 2,8% rispetto all’anno precedente .
Questo dato evidenzia come, anche in una provincia con un sistema sanitario considerato efficiente, molte famiglie siano costrette a sostenere spese significative per accedere a cure tempestive.
Perché il welfare aziendale è così importante
I numeri ci dicono che il welfare pubblico non riesce a coprire tutto. Non perché sia inefficiente, ma perché i bisogni si sono moltiplicati: nuovi modelli familiari, invecchiamento, aumento delle fragilità, richiesta di maggiore conciliazione, attenzione al benessere mentale.
E chi può intervenire subito, in modo concreto e vicino alle persone? Le imprese.
Il welfare aziendale, in questo contesto, non è più un’opzione per pochi “illuminati”. È un vero e proprio strumento strategico: migliora la vita dei dipendenti, aumenta la produttività, riduce il turnover e – soprattutto – produce impatto sociale.
In un territorio come il Vicentino, cuore pulsante del Nord Est manifatturiero, questo è ancora più vero. Le aziende qui sono radicate, conoscono il contesto, vivono i problemi delle persone. E possono diventare leve di cambiamento reale: dalle convenzioni sanitarie ai sostegni alla genitorialità, dai rimborsi educativi alle politiche contro la povertà lavorativa.
Non serve inventare nulla. Basta cominciare
Quando si parla del welfare aziendale spesso lo si pensa soltanto come un insieme di benefit o uno strumento di fidelizzazione del personale. In realtà può diventare, prima di tutto, una infrastruttura di benessere sociale distribuita, capillare, flessibile, che può intervenire là dove il sistema pubblico oggi fatica ad arrivare.
Offrire servizi sanitari integrativi, supporto alla genitorialità, agevolazioni per la formazione o l’assistenza familiare – abbattendo nel contempo i propri costi fiscali – non è solo una scelta premiante per l’impresa in termini di produttività e attrattività: è una risposta concreta a bisogni sociali reali. Un meccanismo di riequilibrio, in grado di generare impatti positivi tanto per l’azienda quanto per la comunità in cui opera.
Investire in piani di welfare aziendale significa affiancare al sistema pubblico una rete sussidiaria, capace di intercettare nuove vulnerabilità, prevenire l’esclusione sociale e promuovere benessere nel lungo periodo, con una visione di sistema. Perché una comunità che sta bene è anche un contesto in cui l’impresa può prosperare.


