Flessibile, impattante, di valore: ecco il welfare che piace alla Gen Z
welfare genz Unipasetti

La Gen Z sta entrando (e in parte ha già invaso) il mondo del lavoro, portando con sé nuove aspettative, nuovi linguaggi e, soprattutto, un modo completamente diverso di vivere il rapporto con l’impresa. Ecco perché per questa generazione, nata tra il 1997 e il 2012, cambia completamente anche il concetto del welfare aziendale. Non più solo un bonus da spendere, ma un indice di coerenza tra valori e azioni, tra mission e realtà.

Che tipo di welfare funziona di più oggi per attrarre e coinvolgere i giovani lavoratori? E cosa possono fare le aziende per progettare benefit in linea con i loro bisogni reali? Lo vediamo in questo articolo.

 

Chi è la Gen Z e cosa cerca nel lavoro

Parliamo di una generazione cresciuta in piena trasformazione digitale, dentro la crisi climatica, reduce dalla grande pandemia ed entrata in età lavorativa in un’epoca di instabilità geopolitica ed economica. Non sorprende che la Gen Z:

🔹 voglia flessibilità,
🔹 cerchi impatto sociale in ciò che fa,
🔹 pretenda trasparenza e coerenza da parte delle aziende.

Secondo il Future of Work Report di Deloitte, il 75% dei giovani lavoratori europei considera la possibilità di contribuire a qualcosa di più grande di sé un elemento decisivo nella scelta di un lavoro. E il welfare aziendale, da leva accessoria, può diventare il ponte tra ciò che un’azienda dice e ciò che effettivamente offre.

 

Il welfare tradizionale non funziona con i giovani

Offrire solo buoni spesa, sconti su carburante o rimborsi per l’asilo nido può risultare la soluzione più veloce, ma spesso non intercetta i bisogni della Gen Z, che:

  • Non ha figli (o non li avrà a breve)

  • Vive in centri urbani con alta mobilità (e spesso non ha la macchina)

  • È più interessata a servizi culturali, formativi o esperienziali

  • Cerca autonomia e personalizzazione

  • È attenta a scelte etiche e sostenibili

In sintesi: il welfare deve parlare la loro lingua, ma anche capire il loro mondo.

 

Flessibilità: il benefit non scritto che fa la differenza

Per i giovani under 30, la vera moneta è quindi il tempo. Flessibilità non vuol dire solo smart working o orari variabili, ma possibilità di gestire il proprio equilibrio personale con intelligenza e fiducia.

Un welfare che funziona per la Gen Z è quello che:

  • Premia il lavoro per obiettivi, non per presenza

  • Offre opzioni di lavoro ibrido reale

  • Permette di spostare benefit su aree più affini al momento di vita

💡 Esempio pratico: un dipendente under 30 che vive da solo può preferire il rimborso affitto o corsi di formazione alla palestra convenzionata.

 

Impatto e senso: il valore sociale del welfare

La Gen Z è attenta all’impatto ambientale e sociale dell’azienda per cui lavora. Un piano welfare ben strutturato è anche un segnale di responsabilità sociale.

Ecco alcuni elementi che piacciono alla Gen Z:

  • Accesso a servizi che favoriscono il territorio (grazie a Go Welfare)

  • Sostegno a progetti con impatto ambientale (abbonamenti a mobilità green, rimborsi bici, ecc.)

  • Benefit che includono salute mentale, volontariato, supporto alle fragilità

  • Possibilità di donare il proprio credito welfare a cause sociali

➡️ Un benefit può diventare uno strumento identitario: dice chi sei e cosa scegli di sostenere.

 

Formazione e crescita: un welfare che investe nel potenziale

La generazione Z non vuole solo “lavorare bene”, ma anche crescere, migliorare, imparare. Per loro, la formazione non è un optional, ma un investimento che si aspettano anche dal datore di lavoro.

Secondo l’Osservatorio Unipol – Nomisma sul welfare, i giovani under 35 considerano prioritari strumenti che permettano loro di acquisire competenze, migliorare la propria autonomia e sentirsi valorizzati nel percorso professionale.

Il welfare che funziona per loro include:

  • Corsi professionali (lingue, digital skills, coding, soft skills)

  • Budget dedicati alla formazione esterna

  • Percorsi ibridi e micro-certificazioni

  • Sessioni di mentoring o coaching

➡️ Un welfare che investe nel potenziale dei giovani è anche un investimento sul futuro dell’azienda.

 

Welbee e GoWelfare: il welfare che parla alle nuove generazioni

Chi ci segue da un po’ sa bene che gli strumenti per realizzare tutto questo ci sono già, e si chiamano Welbee e GoWelfare. Con Welbee, le aziende possono offrire ai propri dipendenti una piattaforma welfare digitale altamente personalizzabile, intuitiva e mobile-first. Un vero marketplace in cui ogni lavoratore, anche giovane, può costruire il proprio “ecosistema di benessere”.

GoWelfare è invece il circuito di acquisti digitali spendibile con lo smartphone nei negozi di vicinato, che amplia la rete di servizi utilizzabili, rendendo il welfare più vicino, concreto e sostenibile.

 

Welfare, Gen Z e ESG: una nuova alleanza

Investire in welfare per le nuove generazioni è anche una scelta strategica in chiave ESG. Significa aumentare l’engagement, attrarre talenti, favorire l’innovazione interna e dimostrare coerenza tra dichiarazioni e azioni.

🎯 Un piano welfare attento alle esigenze della Gen Z aumenta la reputazione aziendale, migliora il clima interno e alza anche il punteggio ESG dell’organizzazione.

Se vogliamo che la Gen Z resti nelle nostre aziende (e che ci scelga), dobbiamo cambiare il modo in cui pensiamo al welfare: non più una lista di benefit, ma un ecosistema flessibile, etico, sensato e dinamico, proprio come loro.

Vuoi costruire un piano welfare che parli davvero alle nuove generazioni?

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